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Pieve di Cusignano
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Solo, il pane sul desco ... solo, come Gesù sulla croce ...
"Cestino di pane - meglio la morte della sporcizia", Salvador Dalì,
Eccomi ancora: ogni volta dico basta, non scrivo più… poi mi spiace perché penso che anche tu sia in attesa dei miei auguri (come qualcuno mi ha confidato), mi illudo che sia così e la cosa, comunque, mi fa piacere. E’ molto breve il tempo del calendario che dal Natale ci accompagna alla Pasqua. Fuori il frastuono della nostra vita tecnologica prende sempre più il sopravvento sul festoso cinguettio degli uccellini che cantano il loro amore, come il cemento copre sempre di più la terra. Ma di nuovo, tra le foglie secche e i rifiuti che aumentano, sparsi sui cigli delle strade, ho visto spuntare tante margherite seminate dal vento. Le guardo come ogni primavera: sono sempre rivolte al cielo e in accordo con esso, pronte a chiudere le bianchissime corolle all’imbrunire, o all’apparire della prima nuvola, per proteggere il sole giallo del loro cuore dalle gocce di pioggia. Piccoli miracoli che succedono ai nostri piedi, spicchi di paradiso che sfuggono alla nostra fretta… Ecco, io vorrei, insieme a queste righe e a un “pezzo di pane” per me speciale, offrirti una margherita vera. Sono convinta che prendendola in mano, la sua fragilità, il suo delicato profumo e il suo legame nascosto con l’universo ti darebbero una emozione, così ci troveremmo insieme a lodare Dio. Mi è facile e dolce lodare Dio davanti a un fiore, ma nel tempo in cui la Chiesa ricorda la Passione di Gesù, grovigli di pensieri accompagnano i miei giorni. Considerazioni sul presente, a volte vissuto male e non come dono, soprattutto in relazione alla tanta sofferenza che sento attorno a me; l’incognita del futuro che vorrei comunque infinito (ho tante cose da fare!) e la vita dell’aldilà, un enigma, alla quale vorrei accedere evitando il dolore… Il dolore invece fa parte del nostro cammino di espiazione: Gesù ci ha dato l’esempio, ha patito un supplizio crudele, atroce, assurdo, inchiodato a una croce per noi. Ho visto di lontano il lenzuolo della Sindone e per poco tempo (e ci vedo poco) - conoscevo un po’dalle riproduzioni il “Suo” corpo martoriato - ma quando, nelle fila, mi sono girata per l’ultima volta, quell’impronta dei piedi piena di sangue nella tela, ben distinta, mi ha colpito con violenza e non riesco più a dimenticarla… La pianta del piede destro è completamente impressa, mentre del piede sinistro si vede solo il tallone, perché con la relativa gamba si è fissato nella rigidità cadaverica in posizione più flessa. Un solo chiodo per il piede sinistro sopra al destro… non ho parole… Gesù ci ha voluto lasciare il Suo Corpo trasformato in Cibo per l’Anima, come Pane, per poterlo raggiungere nell’Eternità. Ecco perché appena ho visto questo quadro di Dalì, al di là dei significati particolari e ossessivi a cui il pittore faceva riferimento - forse per non smentire la concezione di sé e della propria arte, sempre sopra le righe - ho pensato veramente a Gesù, l’Unico Cibo, l’Essenziale, il Solo. Ho pensato alla frase del Padre Nostro: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”, che ho ripetuto tante volte nella vita, senza considerarla fino in fondo, anche perché, grazie a Dio, mi è mai mancato il pane. Quel pane prezioso come cibo, oggi ancora non per tutti, ma anche spesso snobbato e sostituito con un’infinità di surrogati, proprio come succede con Gesù… Il dipinto fu realizzato a Monterey, in California, nell’esilio americano dove il pittore si era rifugiato, allo scoppio della seconda guerra mondiale. Esposto in una mostra a New York nel novembre e dicembre 1945, fu così presentato nel catalogo dallo stesso Dalì: “… Dipinsi questo quadro per due mesi consecutivi, quattro ore al giorno. In questo periodo sono accaduti i più sorprendenti e sensazionali episodi della storia contemporanea. Quest’opera fu completata un giorno prima della fine della guerra*. Il pane è sempre stato uno dei soggetti … più antichi delle mie opere, quello a cui sono rimasto più fedele. Diciannove anni fa dipinsi lo stesso soggetto… Quest’opera tipicamente realista è quella che ha soddisfatto di più la mia immaginazione. Eccovi un dipinto sul quale non si può dire nulla: l’enigma assoluto!” Sono d’accordo e spero sia gradito anche a te. L’opera ebbe un tale successo di pubblico e di critica che fu scelta come emblema e propaganda per il Piano Marshall**, il programma americano di aiuti alimentari ed economici all’Europa devastata dal conflitto. Una forte luce, dall’alto e da sinistra, illumina un pezzo di pane dentro un cestino posato in un angolo del tavolo, sporgente dal bordo. Un lungo e laborioso intreccio manuale di vimini, accoglie e fa da culla a quello che può essere considerato il Pane Eucaristico, spezzato e non tagliato. Cibo impagabile che è fonte di vita e nutrimento dell’anima, esaltato, ma anche abbandonato… su un legno spoglio, con i segni dell’usura. Dietro solo il buio, un omogeneo fondo scuro, che non annienta la potenza del primo piano, anzi la celebra e la riempie di significato. Mi sembra di poterlo toccare quel pane, quasi uscisse dal quadro, risolto in tridimensionalità; mi appare come l’unica cosa bella che può rischiarare il buio della notte; mi fa pensare, con esso, di avere tutto. Straordinari e impercettibili giochi di ombre, risolvono la composizione apparentemente semplice in un momento d’amore tra la mano, guidata da una mente geniale e il pennello che ha fuso i colori come fossero una preghiera, facendoci ritornare indietro di qualche centinaia di anni, alla pittura dei grandi maestri del passato. L’artista era molto affezionato a questo dipinto e lo tenne sempre vicino a sé, anche durante il viaggio di ritorno in Spagna. Solo, il pane sul desco… solo, come Gesù sulla croce… Quel pane per eccellenza, che lievita nella notte, quel pane simbolo del cibo, senza tempo, diventa per me protagonista assoluto e testimone segreto della vita dell’uomo, vissuta tra le quattro mura nude che sento attorno. Se l’ascolto, mi rivela il soffio dei giorni: musica, che diventa rumore con la fatica del vivere, tolta la maschera dell’apparire indossata fuori casa; mi rivela armonie e gioie, ma più spesso cattiverie e sofferenze che si uniscono agli odori, ai suoni e ai profumi della stanza; mi rivela voci spensierate di ragazzi e sospiri di vecchi; allegre risate e pianti dirotti; dialoghi sereni e imprecazioni urlate con i pugni sul tavolo; abbracci dolcissimi e violenze quotidiane sopportate in silenzio; parole d’amore non dette e offese meschine; carezze mancate e amare solitudini interiori; deludenti infedeltà e incesti nascosti; crudeli delitti e rapine; gravi malattie e flebili speranze; una volta, anche i primi vagiti di bimbi e gli ultimi respiri, insieme a vera fame e miseria; mi rivela tante Ave Maria iniziate e non sempre finite, con le lacrime agli occhi… E mi ricorda la sporta del pane appesa in alto, nel sottoscala, quando ero bambina; il rispetto che mi ha insegnato mia madre per ogni briciola, perché sacra, con l’attenzione a posare mai il pane capovolto. In anni recenti ho saputo della pagnotta cotta rovesciata per il boia di turno, distributore di morte, come a Ferrara…*** Qualcuno ha scritto che Dalì è “un genio che legge al di là delle apparenze e interpreta in modo singolare le proprie visioni”, perché “la realtà è mistero e rende possibile ogni sogno”. Nella seconda parte del titolo, emerge la sua “libertà di pensiero”. Il cesto precariamente situato sul bordo del tavolo scoperto, su un fondo nero crudo, è presagio di annientamento, di caduta: - Adolf Hitler raffigurato come il tallone di una pagnotta di pane sull’orlo di un precipizio, riassume l’opinione di Dalì sul fuhrer e la sua scomparsa definitiva;**** - dipinto nel periodo delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki, suggerisce che è meglio la morte che sopportare la vergogna di aver lasciato cadere le bombe. A me, piace pensare solo al simbolo del Pane Eucaristico, visto anche il cammino di conversione dell’artista e il fatto che egli si vantava, oltre che del realismo ottenuto, di quella luce propria del pane, una luce proveniente direttamente dalla materia e dal colore. Io vorrei aggiungere divina. Si, davanti a questo pane di luce sento una emozione e mi nasce spontanea una preghiera… La diciamo insieme? Buona Pasqua 2012
* Fine II^ guerra mondiale con capitolazione impero giapponese: 2 settembre ’45 (resa della Germania: 8 maggio ’45). ** Piano (1947-51) progettato da George Marshall, Segretario di Stato, poi Nobel per la Pace. *** Usanza risalente al tempo del Re di Francia Carlo VII (XV sec.) contro la tassa a favore del boia che aveva istituito. ****Hitler ha scelto la morte alla vergogna inevitabile della cattura, il 30 aprile ’45.
... ascolta, suona anche per noi !
"Riposo durante la fuga in Egitto" , Michelangelo Merisi da Caravaggio,
Le foglie verdi della vigorosa
pianta (un lauro?) alla base delle vecchie fronde, diventano simbolo della vita
eterna, della nuova vita dischiusa dall'avvento redentore di Cristo.
Cari Auguri per vivere bene i giorni che il Buon Dio vorrà concederci,
Santo Natale 2011
...dal punto di vista di Dio...
“Cristo di San Giovanni della Croce”, 1951, olio su tela, cm 205 x 116, Glasgow, The Glasgow Gallery, Salvador Dalì (pittore surrealista).
Carissima/o, ti saluto! Mentre fuori la natura si risveglia e preannuncia la Pasqua, sono qui a cercare le parole più belle per accompagnare quest’immagine scelta per te. Vorrei tanto ti giungesse gradita. Ti ho pensato sai, in queste splendide giornate di sole: le gemme cominciano ad esplodere, l’orizzonte si allontana e sembra svanire l’angoscia dei giorni bui. I merli si svegliano presto al mattino per cantare e si rincorrono nell’orto per tutto il giorno. Tra sterpaglie e rifiuti, azzurri ‘non ti scordar di me’, distese di margherite, viole e solari ranuncoli rivolti verso l’alto, in un tripudio di colori e profumi, rendono lode a Dio. Ci uniamo ad essi? L’aria chiara di primavera mi induce ad aprire il cuore alla gioia, ma le notizie sugli avvenimenti del giorno incombono e il calendario liturgico mi frena: Quaresima, Passione, Crocifissione, Morte, Risurrezione; una stretta al petto mi prende, perché quel ‘ponte’ per l’Eternità aspetta anche me e mi sgomenta… se non mi aggrappo alla croce. Tanti artisti di fronte ai prodigiosi ‘fatti evangelici’ si sono espressi mediando i sentimenti dei committenti, del loro tempo e della Chiesa. Ma Dalì era libero. Libero di cercare dentro di sé risposte al mistero dell’Incarnazione. Il pittore catalano dalla personalità stravagante e volgare, ambizioso e assetato di gloria, divo della sua epoca, materialista e frequentatore di bordelli, volutamente provocatore con opere sempre erotiche che hanno fatto scandalo anche con gesti sacrileghi, forse per la prima volta, qui, si è fermato stupito, affascinato dalla ‘bellezza’ del sacrificio. Ma com’ è arrivato qui? Lui stesso lo ha scritto: “L’esplosione atomica del 6 agosto 1945 mi aveva sismicamente fatto vacillare. Ormai l’atomo era il mio argomento di riflessione preferito…la grande paura da me provata… Ho l’intuizione geniale di disporre di un’arma straordinaria per penetrare nel nocciolo della realtà: il misticismo,…la visione assoluta…mediante la grazia divina…A me l’estasi! L’estasi di Dio e dell’uomo. A me la perfezione, la bellezza, che io possa guardarla negli occhi… A me, santa Teresa d’Avila!... Io, Dalì,…dimostrerò con la mia opera l’unità dell’universo rivelando la spiritualità di ogni sostanza”. “…Affermo a chiara voce che il Cielo si trova al centro del petto dell’uomo che possiede la Fede. P.S. In questo momento non possiedo ancora la Fede e temo di morire senza Cielo”. “…nel 1950, ho fatto un ‘sogno cosmico’ nel quale ho visto, a colori, questa immagine che nel mio sogno rappresentava il ‘nucleo dell’atomo’. Questo nucleo avrebbe assunto in seguito un senso metafisico; lo considero ‘l’unità stessa dell’Universo’, il Cristo!..., grazie alle indicazioni di padre Bruno, carmelitano, ho visto il Cristo disegnato* da San Giovanni della Croce, ho risolto geometricamente un triangolo (mani e piedi) e un cerchio (testa), che ‘esteticamente’ riassumono tutte le mie esperienze anteriori, e ho inscritto il mio Cristo in quel triangolo”. Nell’incontro col Cristo, Dalì è riuscito a far emergere quel qualcosa di divino nascosto dentro di sè (‘noi siamo di stirpe divina’). Lui che si considerava ‘el màximo pintor do mundo’ e ‘el unico’, insuperabile e geniale lo sembra proprio: si è messo nientemeno nella posizione del Padre per guardare il Figlio sulla Croce dall’alto del cielo: si è messo ’dal punto di vista di Dio’! Chissà quali pensieri, quali emozioni mentre dipingeva. Quale messaggio ha voluto lasciare a chi guarda il suo quadro? Il raggiungimento della quiete dopo una vita spesa per cercare di capire? Cristo divenuto bellezza pura, icona del dono supremo, compiacimento del Padre? L’effetto della Parola di Dio, pioggia che purifica senza bagnare? Mi incanta questo Crocifisso: guardandolo mi sento a mezz’aria, come un uccellino sospeso in volo. Non trovi? Un corpo bello, giovane e perfettamente pulito, dove non vi è traccia di sofferenza; i riccioli dei capelli composti, da accarezzare, senza la corona di spine; le braccia fortemente inarcate sembrano formare, con la punta dei piedi, una V di Vittoria e mi ricordano anche le corna dell’animale sacrificato: un bucranio. La potente luce da destra, quasi radente, illumina solo il Cristo che sembra guardare verso la terra, non tutta la Croce. Il cartello quadrato, in alto, senza scritta e piegato in quattro, è staccato. Il sacro legno, da simbolo di umiliazione com’era presso i Romani, divenuto simbolo di vita, è in perfetta prospettiva, sospeso e isolato. Esce dal quadro con il braccio verticale che si infila pure nel cielo sottostante come una spada tronca. Plasticamente in rilievo su un fondo scuro, domina la baia di Port Lligat, un luogo molto familiare al pittore, che compare spesso nelle sue tele, come la barca vuota. La veduta è ripresa da un altro punto di vista, all’orizzonte, ad altezza d’uomo, sotto un cielo striato di grande profondità e vastità. Unico spazio in divenire del quadro, sembra cambiare da un momento all’altro, con nuvole di un’ora indefinita: un’alba? Ma guardando bene anche la Croce sembra muoversi: sale? scende? Mai il cielo è stato così vicino alla terra, terra che ora respira, adagio, calma: il dolore è finito, il vento si è fermato, la tempesta che aveva squarciato il velo del Tempio è svanita, non ci sono onde nel mare. E mi sovvengono le parole dell’evangelista Giovanni: “Colui che viene dall’alto, è al di sopra di tutti;…” Le figure di un pescatore di spalle che regge le reti e di un altro di fianco alla barca che ci guarda, sono tradotte da dipinti seicenteschi, come omaggio ai loro autori° . Tre uomini e due barche in tutto, immobili come in attesa, nell’aria che non c’è. Ogni particolare proposto diventa simbolo da indagare per riflettere sulla vita e sulla fede: i pescatori, le reti, il mare, la barca, l’altra sponda, la roccia, i numeri, il triangolo, il cerchio… Più sto davanti alla sacra immagine, più mi prende un senso di tenerezza, di attrazione d’affetto, di commozione e mi si stringe il cuore. E sento lo sguardo di Dio Padre alle mie spalle, sguardo d’amore verso Gesù, attraversare anche me, come balsamo per l’anima, come musica per le vene. Quel Padre che siede alla sinistra del Figlio e che, a volte, si alza e giunge fino a terra per prendere lo strumento di un artista (qui il pennello) e guidare direttamente la sua mano. Vorrei fugare per un attimo l’inquietudine di questo tempo (come quella di ogni tempo), che non riesco a nascondere, io, sempre in conflitto con me stessa e con il mondo, attraverso questa tela, per me veramente un sogno, sublime da togliere il respiro. Ti piace? Con un Grazie al Buon Dio, perché è bello augurarti ancora Buona Pasqua! Un abbraccio Mirella Capretti
* Disegno del “Cristo sulla Croce”attribuito al santo durante un’estasi (sec. XVI), conservato nel Convento dell’Incarnazione ad Avila (Gilles Néret). ° Diego Velàsquez e Louis Le Nain. 24 aprile 2011
... in attesa che Maria e Gesù volgano lo sguardo su di noi ...
Madonna di Loreto o dei Pellegrini, 1604-5, Olio su tela, cm. 260 x 150 Michelangelo Merisi detto Caravaggio Roma, Chiesa di Sant'Agostino, Cappella Cavalletti
Carissima/o Il battito insistente della pioggia sull’ombrello, il fruscìo delle ultime foglie cadute sotto i piedi, l’aria fredda e scura e un non so che di nostalgico dentro, giorni fa, mi hanno fatto pensare anche a Te… tra poco sarà Natale, di nuovo. Sta per finire in fretta un altro anno e, in qualche modo, devo farmi sentire, perché Ti voglio bene.
Eccomi… Ho cercato un’immagine, ancora tra le pagine di un libro, per accompagnare i miei Auguri. Vorrei condividere con Te la meraviglia che provo davanti a questo dipinto che sembra rivelare il divino nel quotidiano e far vedere straordinario quello che è normale. La Madonna di Loreto era di solito rappresentata in volo, con la sua casa trasportata “dagli Angeli”, dalla Palestina. Caravaggio la colloca sulla soglia della porta, sbalzata dall’ombra grazie a una forte luce proveniente da sinistra. Un accenno al volo, una leggerezza non umana della statuaria figura, sta nella posa dei suoi piedi incrociati che non sembrano poggiare sul gradino” e pure il Bimbo che tiene in braccio, grande, sta su senza essere sorretto. Una dolcezza infinita e un sentimento d’amore plasmano l’atteggiamento e lo sguardo di Madre e Figlio, resi divini da un sottile filo di aureola lucente, rivolti ai due devoti in adorazione. E questi, nella loro umiltà e manifesta grande fede, sono ripresi come appena inginocchiati, con le mani giunte e il bastone appoggiato alla spalla, stupiti ed estasiati dall’apparizione. Il mondo, attorno a loro, non esiste più! La bellezza sensuale di Maria, la sua pelle levigata e delicata come quella di Gesù, contrastano con le rughe e i tratti tormentati, ma intensi ed espressivi, dell’uomo e della donna, che, come Adamo ed Eva, possono simboleggiare tutta l’umanità. Mi fa meditare come il Merisi, pittore dalla vita disordinata vissuta tra l’aristocrazia e la strada, spesso in fuga, tra risse, denunce, duelli, processi e incarcerazioni^, trovasse la vena e la concentrazione per realizzare capolavori come questo; per di più dovendosi adattare alle esigenze della committenza e della Chiesa. So che mi ripeto, ma credo che anche qui, insieme alle sue preghiere, sia stata una mano “dall’alto” a guidare il suo pennello! La figura della Vergine aveva suscitato scalpore perché ritraeva le sembianze di Lena*, una cortigiana amata da molti potenti del tempo e anche dall’artista. Altro motivo per considerare indecoroso il dipinto erano i piedi nudi, sporchi e callosi dei pellegrini, messi in primo piano e i loro vestiti rattoppati, lei con “cuffia sdrucita e sudicia”°; ma erano anche espressione del clima pauperistico suscitato da San Carlo Borromeo. I loro visi ci tramandano, invece, i ritratti di Ermete Cavalletti e di sua madre, committenti dell’opera, nobili di origini bolognesi travestiti da poveri viandanti. L’essenzialità dello spazio della scena, che lascia intravedere la modanatura sbrecciata dello stipite della porta, aperta sopra un alto gradino, ci dona una visione senza tempo, dove l’umano e il divino, come l’ombra e la luce, si esaltano a vicenda. Le grandi dimensioni del quadro ci avvolgono e ci fanno partecipi dell’incontro, anche se nessuno dei personaggi ci guarda. Caravaggio rappresenta così la verità teologica della vita umana come faticoso pellegrinaggio verso la meta celeste e Maria, immagine della Chiesa cattolica, diventa la visione beatifica, la “Porta del Cielo” che si affaccia sul buio, il buio della sofferenza, per accogliere benigna i penitenti. La regalità della Madonna, che appare coperta di stoffe raffinate e di un sottile velo, bellissima come una statua classica, ma semplice come solo un’anima nobile sa essere, rimane tale anche se è scalza come chi è davanti a lei. Le sue braccia rivestite di velluto si incrociano con le membra nude di Gesù avvolto solo da un panno bianco, preannuncio del telo sindonico.
A noi, viziati pellegrini di oggi, col plantare nelle scarpe e senza bastone, non rimane che pregare in silenzio, in attesa… di “quella” visione… per toccare i piedini di quel Dio che per amore nostro è entrato nel tempo ed ha camminato sulla terra. In quel momento si illuminerà la nostra mente e sarà gioia vera.
Nel frattempo viviamo felici di esserci e di pensarci. Buon Natale! Mirella Capretti
fine anno 2010
Ssst ! Facciamo silenzio ... Gesù dorme !
Madonna con il Bambino addormentato. Andrea Mantegna 1455 c.a. S.M.G. Berlino Tempera e colla su tela. cm. 43 x 32
……. Gli alberi lasciano cadere le foglie dai loro rami e rivelano i nidi, i colori si fanno più intensi e caldi, anche se il cielo è grigio, gioia e nostalgia si fondono sentendo nell’aria qualcosa che mette in fermento il cuore … C’è attesa : tra poco è il compleanno di Gesù ! … mi sono messa in “viaggio” … tra le pagine di un libro e mi sono fermata davanti a quest’immagine, pensando anche a Te ! Ho cercato le parole più gradite al cielo, ma solo “ Ave, o Maria, piena di Grazia, il Signore è con Te ! “ ho trovato speciali. Ti giunga questa “poesia muta” ( così definiva Leonardo la pittura ) come musica e profumo per l’anima, per elevarti un palmo da terra, lontano dalla pene di ogni giorno, almeno per un attimo. Per me è dolcissima Maria che si china verso Gesù, quasi sublimazione della tenerezza materna nel gesto delle mani: una che tiene al caldo il pancino del Bimbo, l’altra che ne sorregge la testina. Un viso perfetto, di tre quarti, quasi un cammeo, senza chirurgia plastica o botulino, ancora attuale dopo centinaia di anni, raffinato e cesellato, ma non metallico e legnoso come solitamente troviamo in Mantegna. Gli occhi bassi, come esigeva la condizione delle donne di allora, sono soprapensiero ed esprimono un gaudio soffuso, quasi d’incredulità, con le preoccupazioni e i timori di ogni madre, di ogni tempo, e sicuramente sono persi nella visione della croce. Maria appare rassegnata alla sofferenza futura perché fiduciosa, e concentrata nel silenzio interiore : in preghiera … La scollatura quadrata che lascia libero il collo e il fazzoletto legato sulla nuca che non nasconde i capelli, coi riccioli sulle guance, mi fanno pensare ad una semplice contadina come modella, che l’artista, in un momento di grazia, ha trasformato in Regina Madre per eccellenza ! Il Bimbo, abbandonato in un sonno profondo come solo può capitare a quell’età, tra le braccia della mamma, nella sua fragilità, sembra essere sostegno ( preludio alla sua manifestazione) a Maria, simbolo dell' Umanità intera. La due figure, che riempiono il quadro, emergono dal buio avvolte in un mantello, accarezzate dall’alto dalla luce divina. Non ci guardano, ma noi non ci sentiamo esclusi. Non c’è posto per noi nel dipinto … ma ci sentiamo stretti nello stesso abbraccio ! Grande Mantegna ! La tela* di supporto, che qui traspare, ricorda la croce. Solitamente non visibile, studiata solo dai critici d’arte per carpirne qualche segreto : una data, una firma … ma senza considerarne l’importanza per l’opera stessa. E pensare che il colore, qui, quello delle foglie d’autunno, sarebbe rimasto polvere inutile, in un mucchio, se non fosse stato steso su quell’”incrocio” di fili dato dalla trama e dall’ordito. La tela permette ai pigmenti di colore, fusi dal pennello dell’artista, di realizzarsi, trasformandosi …( in pelle, occhi, capelli, stoffa …) Il colore, magia che ci attrae, non esiste, è un modo di manifestarsi della luce; Dio invece, che esiste, noi non lo vediamo : eppure Egli che ha riversato tutto il suo Amore su di noi, è in noi, perché senza di noi sarebbe stato un Dio solo … Cristo Dio, pura luce ( il colore) si è sacrificato al tempo ( la tela) per rendersi visibile. Noi siamo la tela, il colore è Dio, che, come i pigmenti, si annulla per manifestarsi : si umilia nell’incarnazione !
……. E ora che ci siamo persi un po’ nel Mistero, facciamo silenzio, lasciamo dormire Gesù : è Natale 2009 ! Mirella Capretti
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